La peste israeliana senza vaccino

10.01.2021 - Patrizia Cecconi

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

La peste israeliana senza vaccino

E’ una vera peste lo stillicidio di vite e di diritti umani che va avanti da tre quarti di secolo e non trova chi, potendo, voglia fermarla. Il vaccino ci sarebbe ma non viene usato.

I pochissimi operatori della comunicazione che ancora danno notizie dalla Palestina informano di giorno in  giorno di un bambino arrestato, di un ragazzo ferito, di un anziano malmenato, di una casa distrutta, o due o tre o tante ma non fa differenza; di persone, soprattutto giovani, arrestate senza accuse reali, esattamente come durante il fascismo si arrestava chi fosse semplicemente fastidioso al regime; o di palestinesi assassinati, di terre illegalmente confiscate, di violenze da parte di coloni ebrei cui Israele ha conferito la cittadinanza definendoli israeliani, anche se non vivono in Israele e, periodicamente, di bombardamenti sulla Striscia di Gaza; di pescatori fucilati e barche confiscate dalle motovedette israeliane che assediano i palestinesi dal mare.

Ma lo sappiamo solo da pochissimi organi d’informazione libera,  mentre niente di tutto questo fa notizia sui media mainstream. E’ routine.

Venir a sapere che un sedicenne che si opponeva alla confisca del suo preziosissimo gruppo elettrogeno è in fin di vita grazie al grilletto facile di una soldata dello Stato ebraico, è possibile solo perché ce lo dice un’agenzia di stampa sul vicino oriente che non soggiace al diktat del silenzio.

La notizia si diffonde grazie a un quotidiano libero ma di “nicchia” e ai tanto vituperati social web che la rilanciano. E’ l’aspetto positivo, in mezzo ai tanti negativi, dei social: riescono a incrinare il muro del silenzio o dell’informazione addomesticata rappresentato dai principali  organi d’informazione di massa.

Con lo stesso mezzo  si è diffusa la notizia di uno dei tanti arresti arbitrari di un giovane abitante di At Twani, villaggio a sud di Hebron. Uso il nome ebreo perché è il più conosciuto, ma in realtà Hebron, città palestinese a sud della Cirgiordania si chiama Al Khalil. Il nome, in entrambe le lingue ha lo stesso significato e si riferisce ad Abramo, “l’amato, il caro” a Dio.

Voglio soffermarmi su questa notizia, pur sapendo che le altre non sono meno gravi, non solo perché conosco il ragazzo arrestato e la sua famiglia, ma perché conosco abbastanza la situazione del villaggio di At Twani e dell’area in cui si trova.

Quel che accade in quelle colline è stato più volte raccontato da vari attivisti, ma chi non c’è stato di persona, magari fermandocisi anche solo per un paio di giorni, difficilmente può immaginare quel che succede quotidianamente in quell’area. E quel che succede  è una delle più eclatanti dimostrazioni dell’illegalità israeliana rappresentata dai più “fascisti” (mi si passi il termine nel suo senso lato) tra i coloni fuorilegge che Israele usa per facilitare l’annessione di vaste aree della Cisgiordania.

Sami Hureini, il ragazzo arrestato, è il figlio di Hafez Hureini, il rappresentante della resistenza nonviolenta di At Twani. Lì opera anche, da molti anni, una missione di “Operazione Colomba”, ragazzi e ragazze internazionali straordinariamente preparati a tutto, sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista culturale, pratico ed operativo.  Gli operatori internazionali di Operazione Colomba  hanno sostanzialmente il compito di frapporsi alle violenze dei coloni cercando di ridurle monitorando la situazione, denunciando i reati, facendo relazioni che poi vengono pubblicate e praticando l’interposizione fisica.

Raccontare che i bambini dei piccoli villaggi della zona, per arrivare a scuola indenni, devono essere scortati per proteggersi  dalle sassate, dalle frustane e dai calci e pugni dei coloni sembra impossibile a chi conosce solo la vulgata filo-israeliana passata dalla TV e dai tanti giornalisti adoratori di Israele, o compiacenti o, nei casi migliori, tolleranti dei suoi tanti crimini.

Raccontare dei pastori che vengono bastonati e delle loro capre fatte fuggire o ammazzate, non da quattro bulli ma da qualche centinaio di teppisti protetti dalla kippà, sembra altrettanto incredibile a chi è all’oscuro di queste crudeltà finalizzate a rendere impossibile la vita ai palestinesi e costringerli ad abbandonare la loro terra.  Sto parlando di azioni quotidiane in cui la mortificazione, il furto, il danneggiamento, le percosse e le distruzioni costanti impediscono  una vita normale.

E’ la pratica del democratico Stato di Israele.

Quindi, conoscere quel che avviene quotidianamente da quelle parti, e il tipo di risposta data dalla resistenza non violenta (nonostante la violenza quotidianamente subita) può aiutare a capire meglio  cosa significa l’arresto di Sami Hureini e perché è necessario avere il coraggio di affermare che Israele è uno Stato canaglia che va condotto, per la sua stessa sicurezza, nell’alveo della legalità internazionale.

Cominciano a capirlo anche un numero crescente, sebbene ancora  insufficientemente, di giovani ragazze e ragazzi israeliani che rifiutano il servizio militare. La loro non è un’obiezione silente ma  un rifiuto con dichiarazione esplicita di non  voler servire l’occupazione e quindi di non farsi  oppressori  diretti del popolo palestinese.  E’ un ottimo segno, ma intanto l’esercito che si riconosce nella politica israeliana prosegue nelle sue azioni, tra cui l’arresto notturno – perché c’è anche una “coreografia” degli arresti e la notte significa  maggior terrore  per tutta la famiglia – di Sami Hureini, il ventitreenne studente-pastore, reo di aver organizzato una protesta nonviolenta in risposta al ferimento di Harun, il sedicenne che cercava di impedire la confisca del gruppo elettrogeno della sua famiglia e che ora è in fin di vita perché la soldata israeliana gli ha sparato al collo.

Un gruppo elettrogeno, per una famiglia che non potendo avere né una tenda né una casa perché Israele lo impedisce, e che quindi vive in una caverna sotterranea, significa avere l’elettricità per non morire di freddo ma questo, ovviamente, chi non conosce la situazione non può saperlo.

I soldati lo avevano avvertito che quella manifestazione l’avrebbe pagata, ma Sami ha in casa la foto gigante di sua nonna che si difende da un militare armato fino ai denti  agitando minacciosamente una scarpa; ha nel suo villaggio natale esempi di “sumud” – termine difficilmente traducibile che significa insieme resistenza, risolutezza, attaccamento incrollabile a un’idea; inoltre è cofondatore dell’associazione Youth of Sumud e, infine, è il figlio di Hafez, il leader riconosciuto del comitato di resistenza popolare dell’area a sud di Hebron e quindi la minaccia dell’arresto non l’avrebbe certo fatto desistere, tanto più che non sarebbe stata la prima esperienza visto che già tre anni fa ha conosciuto il carcere israeliano.

Due notti fa un buon numero di mezzi militari ha invaso At Twani e Sami è stato arrestato. Colpevole di cosa? Di opporsi con pratiche nonviolente alla violenza dell’occupazione.

Non è un reato, è vero, ma non lo è dove vige lo stato di diritto e non sotto il tallone dell’occupazione militare di uno Stato canaglia che viene tuttavia definito democratico.

Sì, la vita nei territori palestinesi occupati non è facile, ma in alcune aree è particolarmente difficile ed è qui che si registra quella forma di particolare tenacia resiliente al punto che il gruppo di Youth of Sumud, insieme ad altre organizzazioni, compreso il Center for Jewish nonviolence,  è riuscito a riappropriarsi di Sarura, uno dei villaggi evacuati arbitrariamente dall’occupante ed a ricreare uno spazio, definito Campo della Libertà, costruendo abitazioni scavate nella roccia.

Un villaggio sotterraneo dove vige  il principio della nonviolenza e dove cresce il sogno di un futuro basato sulla libertà e la giustizia come elementi fondanti di una giusta pace.

Ma Israele è un po’ disturbato da questa creatività resistente e i coloni che circondano la zona, sapendo di fare cosa gradita al loro Paese di riferimento, organizzano spesso spedizioni violente con l’illusione di vincere con la forza la “sumud” palestinese.

Finora non ce l’hanno fatta e i palestinesi sono certi che non ce la faranno mai.

Sami avrà il processo tra pochi giorni, così è stato detto da Israele e, comunque vada, sarà un processo farsa perché figlio di un arresto arbitrario.

Forse non ci sarà un solo organo di informazione mainstream a darne notizia, ma il bello del web sta proprio qua: le testate on line in prima battuta e i social come rilancio, trasmetteranno ciò che altrimenti finirebbe inghiottito dal buio o rientrerebbe nella fasulla narrazione filo-israeliana, fornendo un altro alibi alle istituzioni nazionali e internazionali  per non prendere sanzioni contro i crimini israeliani. Cioè di non usare quel vaccino che potrebbe sconfiggere la peste.

Categorie: Diritti Umani, Medio Oriente
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